Tech MediaInnovazione, gadget e futuro digitale

I rischi reali del cloud computing nella sicurezza informatica: come evitarli facilmente

Marta Parmeggianidi Marta Parmeggiani· 08/08/2026 07:28
I rischi reali del cloud computing nella sicurezza informatica: come evitarli facilmente

Il cloud ci ha semplificato la vita, ma non è una cassaforte automatica. Lavorando ogni giorno tra dispositivi mobili, ambienti ibridi e strumenti di machine learning, vedo che gli incidenti nascono quasi sempre da dettagli trascurati: un toggle non attivato, una chiave API lasciata in giro, un backup mai provato. Qui ti spiego i rischi reali che incontro sul campo e come ridurli in fretta, con passaggi semplici e senza teoria inutile.

Perché il cloud non è automaticamente sicuro

I provider mettono a disposizione infrastrutture robuste, ma la configurazione resta responsabilità tua. È il cuore del Shared Responsibility Model: loro proteggono hardware, rete e datacenter; tu devi gestire identità, permessi, cifratura, esposizione dei servizi e backup. Ogni anello debole in questi punti si trasforma in una porta aperta.

Anche i dispositivi che usi per amministrare il cloud contano: se il laptop o lo smartphone con l’app di gestione non ha blocco biometrico e MFA, stai regalando metà del lavoro a chi attacca. Ho imparato nell’assistenza tecnica che l’errore umano è la regola, non l’eccezione: meglio prevenire con impostazioni conservative e controlli automatici.

Minacce concrete che vedo ogni settimana

  • Accessi senza MFA o con MFA debole: basta una password riciclata per compromettere account amministrativi.
  • Archivi e snapshot esposti: storage resi pubblici per sbaglio o copie di dischi clonabili da chiunque.
  • Chiavi API in repository o ticket: bot che scandagliano il web le trovano in minuti.
  • Backup non testati o non immutabili: un ransomware nel cloud esiste, e senza versioning torni indietro di mesi.
  • Permessi troppo ampi: ruoli con privilegi eccessivi che permettono escalation e cancellazioni irreversibili.

Il caso reale: un e‑commerce e un bucket troppo aperto

Mi è capitato di recente con un piccolo e‑commerce: immagini prodotto in un archivio oggetti “temporaneamente” pubblico per velocizzare un’integrazione. Con il tempo nessuno ha chiuso la porta. Risultato: indicizzazione indesiderata e possibilità di scaricare l’intero catalogo media.

In meno di un’ora abbiamo risolto così: blocco dell’accesso pubblico a livello di account e di bucket, policy che consente solo la lettura tramite CDN, cifratura lato server attivata, rotazione delle chiavi d’accesso, logging degli accessi su un account separato, link firmati a scadenza per i contenuti dinamici e regole di lifecycle per cancellare automaticamente i file inutili. Due giorni dopo abbiamo aggiunto un filtro WAF su pattern sospetti. Da allora niente allarmi e tempi di caricamento migliorati grazie alla CDN.

Come ridurre il rischio in meno di un’ora

1) Attiva subito la MFA per account root e amministratori. Se possibile usa passkey o token hardware, e disabilita richieste push ripetute per evitare attacchi di fatica.

2) Ripulisci utenti e ruoli: elimina quelli inattivi, applica il principio del minimo privilegio e imposta scadenze automatiche per le chiavi d’accesso.

3) Blocca l’accesso pubblico agli storage come impostazione di default. Per la condivisione, usa link firmati con scadenza e disattiva l’elenco anonimo degli oggetti.

4) Cifra i dati a riposo e in transito. Usa un servizio di gestione chiavi, separa le chiavi per ambiente e prevedi rotazioni regolari.

5) Accendi i log di audit e gli access log. Invia i log in sola scrittura su un account o progetto separato e crea almeno un allarme su attività anomale (login da Paesi insoliti, creazione di nuove chiavi, disattivazione dei log).

6) Predisponi backup con versioning e, dove disponibile, blocco oggetti per l’immutabilità. Fai un test di ripristino rapido: se non riesci a tornare online in laboratorio, non ci riuscirai in produzione.

7) Aggiorna automaticamente sistemi e runtime. Usa immagini “golden” minimali, scansiona le vulnerabilità e non promuovere in produzione container non firmati.

8) Riduci l’esposizione di rete: limita l’uscita verso Internet, applica un firewall per egress e imposta un WAF davanti ad API e siti.

9) Usa modelli sicuri: parti da benchmark riconosciuti e da template IaC con controlli pre‑deploy, così eviti di ripetere gli stessi errori.

Se hai davvero solo 60 minuti, concentrati su MFA, blocco pubblico dello storage, cifratura e log. Il resto pianificalo in sprint successivi.

Errori tipici da evitare

  • Credere che “privato” significhi invisibile: la visibilità dipende da permessi e rotte di rete, non dall’etichetta.
  • Delegare tutto al provider: la sicurezza applicativa e dei dati è tua.
  • Mantenere utenze e chiavi inutilizzate: sono porte che nessuno controlla.
  • Mescolare test e produzione: una fuga in test è comunque una fuga.
  • Lasciare segreti nel codice o in note condivise: usa un vault con audit.

Privacy e conformità senza mal di testa

Oltre alla sicurezza, ricordati della protezione dei dati personali. Il GDPR non è un ostacolo tecnico, è una checklist da spuntare: scegli la regione di conservazione coerente con i tuoi clienti, firma il Data Processing Agreement, limita la raccolta al necessario e definisci tempi di conservazione chiari.

Classifica i dati (pubblici, interni, sensibili) e applica regole diverse per ciascun livello. Per i contenuti sensibili, attiva mascheramento nei log, crittografia con chiavi gestite separatamente e procedure di cancellazione verificabile. Se usi strumenti di machine learning, addestra solo su dati anonimizzati o pseudonimizzati e documenta le finalità.

La parte migliore è che molte di queste misure sono già integrate nei servizi cloud: devi solo attivarle e impostare allarmi minimi. Non aspettare l’incidente per farlo.

In sintesi: il cloud è potente se lo tratti come un sistema vivo. Metti in agenda tre azioni oggi (MFA, blocco pubblico, log separati) e due domani (backup immutabili, pulizia permessi). È così che, sul campo, ho visto azzerare gli incidenti più comuni senza spendere un euro in più.

Marta Parmeggiani
Marta Parmeggiani

Da sempre incuriosita dal funzionamento dei dispositivi, Marta si è specializzata nell’assistenza tecnica per dispositivi mobili. Col tempo ha approfondito il mondo del machine learning e ama rendere accessibili temi complessi anche a chi inizia da zero.